Moratti: «Non è stato un capriccio»
«Passo necessario pensando all’Inter. Mi è spiaciuto, ma dopo il Liverpool si era creato un forte squilibrio»
MILANO — «Non è stato un capriccio». Non poteva esserlo, ripensando alla storia di Massimo Moratti da quando ha preso l’Inter, il 18 febbraio ’95. Quattro giorni dopo l’esonero di Roberto Mancini, questo diventa il momento buono per spiegare il senso di una decisione dirompente.
«La soluzione più semplice per me sarebbe stata quella di andare avanti con il tecnico con il quale abbiamo vinto tre scudetti consecutivi. Nessuno mi avrebbe criticato, tutto sarebbe filato liscio. Se sono intervenuto, è perché ho pensato che fosse necessario farlo, non contro l’allenatore, ma nell’interesse dell’Inter. Per Mancini, tra l’altro, andare via adesso, da vincitore, è la miglior uscita possibile, ma capisco il suo atteggiamento; umanamente mi è molto spiaciuto dovergli spiegare la decisione. Mi rendo conto che questo è il momento in cui sembriamo tutti cattivi. Quando si decide una separazione, specie dopo un periodo nel quale c’è stata una forte passione, i giorni peggiori sono sempre i primi. Poi si riflette, si ragiona e si capiscono tante cose. Di certo so bene quanto sia stato importante Mancini per l’Inter e non ho dimenticato quello che ha fatto con noi, soprattutto in questi ultimi due anni. È stato bravo e gliel’ho detto anche martedì, così come so bene che abbiamo appena vinto uno scudetto bellissimo».
Moratti è tornato alla notte di Inter-Liverpool, quell’11 marzo che ha cambiato il corso degli eventi: «Ognuno può pensarla come crede, ma è certo che si era creato nella squadra uno squilibrio che ha costretto tutti, dirigenti e calciatori compresi, ad un momento di forte attenzione, raddoppiando e triplicando le energie. È vero: tutti abbiamo remato dalla stessa parte, ma siamo stati costretti a remare più forte, io per primo. Su questo non esistono dubbi». Resta il fatto che il divorzio avrebbe potuto essere preparato meglio. «Può darsi, ma non c’era il tempo, c’era questo scudetto da vincere in volata... Poi uno può anche sbagliare qualcosa, ma non lo fa certo per un capriccio gratuito o per far male a qualcuno». È da qui che Moratti vuole ripartire: «Spero che ci sia lo spazio per superare questa situazione. Nel frattempo il calcio ci impone di guardare avanti e di pensare al futuro. Siamo l’Inter e sappiamo bene quali sono i nostri obiettivi storici». Il pensiero all’Inter che verrà ha portato ieri il presidente, insieme con il d.t. Branca, ad incontrare José Mourinho in un angolo d’Europa, per mettere a punto quelle che potranno essere le strategie di mercato.
L’assunzione del successore di Mancini diventerà ufficiale all’inizio della prossima settimana, poi il tecnico partirà per Tokio, su invito di Nakata, per guidare il Resto del mondo contro una formazione giapponese. Mourinho ha insistito sulla necessità di potenziare in via preliminare il centrocampo, con un paio di interventi di altissimo livello, con Lampard e Quaresma come obiettivi non facili da raggiungere, così come Eto’o, che sembra adatto a integrarsi con Ibrahimovic. Il potenziamento della squadra ci sarebbe stato anche senza il cambio di allenatore, così come l’arrivo di Mourinho, al di là delle facili suggestioni del momento, non comporta l’avvio di una campagna acquisti faraonica, ma basata su giocatori da Inter. Il tecnico portoghese ha confermato che anche all’Inter punterà su una rosa circoscritta a 23-24 giocatori, compresi i tre portieri, secondo abitudine. Per questo i dirigenti nerazzurri dovranno impegnarsi anche nelle cessioni. Ma non è il tempo a mancare ed esistono anche diverse soluzioni alternative. Quello che è certo è che le parole del presidente lasciano la possibilità di andare oltre alla conflittualità con Mancini e di guardare al futuro anche pensando al superamento di posizioni per ora inconciliabili.



